Se, com’è lecito supporre e sperare, l’Italia vedrà riconosciuta la propria cucina come patrimonio Unesco, per il nostro Paese si tratterà di un riconoscimento meritato al 100%.
Di questo non possiamo che andar fieri perchè si legittima un primato assoluto riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Quali saranno i riflessi di tale riconoscimento sull’economia culinaria nazionale?
E’ la domanda che devono porsi all’unisono operatori e istituzioni se intendono esaltare questo primato e trasformarlo in fattore attrattivo ancora più significativo di quello che già vanta l’offerta gastronomica italiana che, è bene ricordarlo, più che nazionale è di natura regionale: quindi di una pluralità di cucine frutto di storie, di persone, di produzioni e tradizioni legate ai territori.
Sui territori occorre costruire questa nuova narrazione dell’italianità tenendo presente che trattasi di un patrimonio da curare con lungimiranza per scongiurarne l’appiattimento in chiave di business fine a sè stesso e pertanto soggetto all’usura del tempo e dell’interesse che è in grado di suscitare.
Se non si vuole correre il rischio di esaurire in chiave esclusivamente commerciale questo riconoscimento universale, occorre attuare una politica di salvaguardia di questo patrimonio cultural-gastronomico affinché possa conservare e perpetuare il proprio valore nel tempo trasformandosi in un asset strategico dell’offerta turistica nazionale.
Nello stesso tempo è necessario ripensare l’idea stessa di turismo nazionale oggi prevalentemente fondato sui numeri piuttosto che sulla qualità dell’offerta che, inevitabilmente, passa in secondo piano se a prevalere sono logiche di business slegate dall’idea di tutela di questo come di altri beni peculiari del nostro Paese.
Ben venga il riconoscimento Unesco, ma si sappia cogliere l’occasione per riprogettare l’attrattività gastronomica in raccordo col valore rappresentato da quell’identità territoriale senza la quale tutto diventa offerta commerciale a tempo limitato.
Vincenzo Califano

