La cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Unesco e questo è senza dubbio un riconoscimento importante per il paese e per l’economia che ruota attorno all’offerta ristorativa. Al di là della soddisfazione e di quelle che possono essere le implicazioni dirette e indirette legate a questo “titolo” bisogna evidenziare, a scanso di equivoci, che la cucina italiana di per sé non esiste, fatta invece com’è di tante cucine regionali che rappresentano l’identità socio-culturale del Paese, anzi di quello che in passato veniva definito Belpaese – appellativo nato dai versi di Dante e Petrarca per descrivere l’Italia – e che oggi ha in parte smarrita questa denominazione che incarnava la sintesi di tutto il bello che l’Italia ha rappresentato e in parte ancora rappresenta nel mondo.
Veniamo alla cucina. Ogni regione vanta il suo patrimonio di prodotti, ricette, piatti tipici spesso legati a tradizioni e usanze locali, con un’agricoltura che ha giocato un ruolo significativo nella produzione di materie prime di assoluta qualità e genuinità, salvo contaminarsi per le politiche comunitarie (Pac) che hanno mortificato la produttività agricola nazionale e privilegiato interessi sovranazionali: praticamente quelli delle multinazionali dell’agroalimentare che perseguono logiche di omologazione alimentare, cioè l’esatto contrario di quello che rappresenta l’italianità in agricoltura e in cucina.
Con questo riconoscimento siamo oggi indubbiamente più forti nel respingere al mittente, cioè l’Europa e gli USA, i tentativi di farci accantonare le nostre eccellenze fatte di marchi a denominazione d’origine e che rappresentano l’essenza stessa di questo patrimonio Unesco che mal si concilia con le nuove frontiere di un’alimentazione in vitro, di prodotti geneticamente modificati, di un’industrializzazione esasperata che lede il principio stesso della peculiarità culinaria e gastronomica nostrana.
Nella Penisola Sorrentina vantiamo salde radici di una buona, anzi un’ottima cucina fatta da operatori di assoluto valore, con e senza stelle, e possiamo costruire una nuova narrazione della cucina e della convivialità realizzando un “distretto del gusto” che coinvolga l’intera comunità peninsulare aprendo il territorio a nuove prospettive di qualificazione dell’offerta locale.
Per riuscirci non bastano però le etichette o i riconoscimenti, a chiunque e a qualunque titolo assegnati: occorre invece tanta buona volontà per andare oltre logiche municipalistiche e individualistiche che non concorrono a creare sistema, quello che invece serve alla Penisola per guardare con più ottimismo al proprio futuro.
Vincenzo Califano

