Sorrento: perchè senza vivibilità il turismo rode se stesso

Oggi il Comune di Sorrento ospita il Ministro del Turismo Gianmarco Mazzi con una tavola rotonda cui partecipano i rappresentanti delle Associazioni di categoria e dell’imprenditoria turistica peninsulari. Tema dell’incontro “Sorrento capitale del turismo, identità e futuro” che toccherà argiomenti come la mobilità, la  fragilità idrogeologica, la  qualità dell’offerta ricettiva e la valorizzazione delle attrattive locali con l’obiettivo di costruire un modello nuovo di proposta turistica per restare attraenti e competitivi. Ci sono alcune questioni che meritano un’attenzione particolare e che non sembrano essere rappresentate dal parterre di invitati. Proviamo allora a ragionare su un dato oggettivo: quando si parla di Sorrento il rischio più grande è quello di restare prigionieri della narrazione edulcorata che la dipinge unicamente come vetrina patinata del bien vivre campano. Non sorprende, dunque, che l’agenda dei vertici istituzionali continui a ruotare attorno ai consueti pilastri: promozione dell’offerta ricettiva, tavoli tecnici sulla mobilità, interventi sulla fragilità idrogeologica e valorizzazione delle attrattive locali. Argomenti ineccepibili sul piano dell’ordinaria amministrazione, ma del tutto insufficienti se disgiunti dall’unica vera questione strutturale che minaccia il futuro della Penisola Sorrentina: la tenuta della sua vivibilità residenziale di fronte a un modello turistico che ha ormai travalicato ogni soglia di sostenibilità.

Il punto non è cedere a una facile retorica anti-turistica. Non è un caso che sui isocial sono apparsi diversi interventi che lamentano, appunto, l’assenza nel confronto pubblico degli interessi civici, cioè dei cittadini che risiedono a Sorrento e più in generale nella Penisola Sorrentina sui quali ricadono gli effetti negativi dell’industria turistica. Un’industria dell’accoglienza che rappresenta la spina dorsale economica del territorio, il motore di un benessere diffuso e il frutto dell’intraprendenza di generazioni di operatori. Tuttavia, analizzando rigorosamente le dinamiche socio-economiche in atto, emerge una contraddizione insanabile: l’espansione quantitativa dei flussi sta progressivamente erodendo le precondizioni ambientali, logistiche e sociali che hanno reso questo territorio desiderabile nel mondo.

Si tratta del classico paradosso dei common goods applicato all’economia delle destinazioni: quando la pressione antropica supera la “capacità di carico” di un ecosistema fragile, la risorsa stessa comincia a deteriorarsi. Ignorare l’impatto di questo fenomeno sulla vita quotidiana dei residenti non significa soltanto ignorare una questione di giustizia sociale, ma commettere un strategico errore di prospettiva economica. Le criticità che rischiano di accentuarsi nei prossimi anni si articolano su tre livelli sistemici.

Il primo riguarda la paralisi infrastrutturale e la conseguente frattura sociale. La statale 145 e la rete di trasporto pubblico locale non sono più in grado di assorbire i volumi correnti. Il risultato non si traduce soltanto in lunghi tempi di attesa per i visitatori, ma si configura come un vero e proprio “costo di cittadinanza” imposto a chi vive e lavora nella penisola. Spostarsi per raggiungere un presidio sanitario, per andare a scuola o per recarsi al lavoro è diventato un percorso a ostacoli. Quando la vivibilità quotidiana viene azzerata, la fisiologica tolleranza della comunità locale lascia il posto a forme di sofferenza e di rigetto verso il turismo, incrinando lo storico spirito d’accoglienza del territorio.

Il secondo livello investe la composizione sociale del tessuto urbano. La proliferazione incontrollata delle locazioni brevi e la monocultura immobiliare rivolta all’extralberghiero hanno causato l’esplosione dei canoni d’affitto, spingendo giovani, famiglie e persino i lavoratori stagionali al di fuori dei perimetri comunali. Una destinazione svuotata dei propri abitanti cessa di essere una comunità viva per trasformarsi in una scenografia artificiale. Il turismo ad alto valore aggiunto, quello che ricerca l’autenticità del contesto, la qualità dei servizi e l’identità culturale dei luoghi, mal tollera la finzione di un distretto ridotto a parco a tema.

Il terzo livello, infine, riguarda il decadimento qualitativo dell’offerta complessiva. Quando la domanda supera costantemente l’offerta di spazi e servizi, si innesca una dinamica di rendita di posizione. I costi elevati finiscono per non corrispondere più a un’eccellenza prestazionale, bensì alla semplice saturazione dei luoghi. A lungo termine questo disallineamento allontana il turismo stanziale e qualificato, attirando flussi “mordi e fuggi” ad alto impatto sul territorio e ridotto ritorno economico distribuito. Quello che sta già avvenendo e che abbiamo sotto gli occhi!

Per evitare un declino progressivo non servono rimedi congiunturali, ma una vera e propria svolta di governance. È tempo di affiancare ai tradizionali indicatori di performance — presenze, fatturati e tassi di occupazione delle camere — indici strutturali sulla qualità della vita dei residenti, sul tempo medio di percorrenza viaria e sul saldo demografico del centro storico. Parallelamente, occorre una regolamentazione coraggiosa delle destinazioni d’uso immobiliari e una pianificazione strategica dei flussi nei periodi di picco, accompagnata dal reinvestimento vincolato delle risorse derivanti dalla tassa di soggiorno verso il potenziamento dei servizi pubblici essenziali: sanità di prossimità, mobilità sostenibile ed edilizia residenziale sociale.

La sfida fondamentale che attende Sorrento non è scegliere tra lo sviluppo turistico e la tutela dei residenti, ma comprendere una verità elementare: un territorio non può essere una destinazione d’eccellenza per chi lo visita se cessa di essere un luogo vivibile per chi ci abita. Restituire vivibilità alla Penisola Sorrentina significa proteggere, prima di tutto, il valore e il futuro della sua stessa economia.

di Vincenzo Califano

Direttore Istituto Mediterraneo della Cultura Gastronomica

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