Approfondire l’ultimo rapporto sul “oleoturismo” in Italia curato da Roberta Garibaldi significa aprire una serie di prospettive in gran parte sconosciute a chi si occupa di turismo in generale. Si evidenzia, dati alla mano, non solo la crescita del settore e dell’interesse dei turisti verso questo tipo di vacanza esperienziale, ma l’esistenza di segmenti diversi dell’offerta turistica che sono parzialmente o per nulla valorizzati. Questo rappresenta un grande limite per la nostra realtà perché si rinuncia a rafforzare e a promuovere quell’identità territoriale, dei suoi valori e delle sue peculiarità anche produttive oltre che culturali, che rappresenta il punto di forza anche per una diversa offerta turistica in sintonia con i luoghi e la loro cultura.
Si parla del cosiddetto “turismo lento“, cioè di quel turismo che rifugge dalla routine vorticosa e consumistica della vacanza per soffermarsi sulla conoscenza dei luoghi, delle genti, delle produzioni locali e apprezzarle.
E’ un fenomeno in crescita per una produzione, quella dell’olio evo, cardine della dieta mediterranea e quindi sinonimo di sana alimentazione, di benessere, di salute.
La Penisola Sorrentina può vantare un’antichissima produzione di olio d’oliva che, nel 1998, ha ottenuto il prestigioso riconoscimento della DOP (Denominazione di Origine Protetta) che ha un valore, sotto tutti i punti di vista. Maggiore rispetto ad analoghe produzioni di olio evo se si considera la particolarità orografica di questa terra dove le coltivazioni si realizzano su terrazzamenti che conferiscono una configurazione particolare a tutta l’area, ma impongono però anche maggiori costi produttivi ai nostri agricoltori.
Sono 13 i comuni dell’area sorrentina e monti lattari che possono fregiarsi, secondo il disciplinare di produzione, della DOP e questo vero e proprio “oro giallo” può inserirsi a pieno titolo nell’ambito del cosiddetto oleoturismo coinvolgendo le aziende produttrici in un percorso che ne sostenga anche l’attività d’impresa.
Veniamo però alle dolenti note che riguardano il consumo della DOP che, proprio per gli alti costi di produzione e, di riflesso di vendita, ha enormi difficoltà ad affermarsi sul mercato invaso com’è da produzioni industriali che nulla hanno a che vedere con l’olio evo della nostra terra.
I consumatori devono però fare i conti con il proprio portafoglio e quindi in gran parte privilegiano l’acquisto di olio commerciale (quasi sempre di provenienza estera e oggetto di spregiduicate mistificazioni come ha dimostrato una straordinaria inchiesta di Report qualche anno fa) con l’illusione che abbia le medesime caratteristiche organolettiche.
I produttori fanno i conti con scorte di invenduto che li scoraggiano dal proseguire in quest’attività per cui il rischio è che si comprometta anche questo comparto dell’artigianato agricolo d’eccellenza.
La ristorazione non fa la propria parte, questo bisogna dirlo: basta osservare su quale tavola viene servito olio evo DOP penisola sorrentina per rendersene conto, mentre proprio la ristorazione di qualità potrebbe rappresentare il maggior veicolo di marketing per questo prodotto. Anche qui è questione di costi, ma è ovvio che se si scegliesse l’evo locale sui grandi numeri anche il costo del prodotto si ridurrebbe. Insomma è un discorso di filiera anche questo, dove tutti i soggetti, dai produttori ai consumatori, sono chiamati a fare la propria parte.
Un contributo assolutamente prezioso, oltre che qualificato, potrebbe venire dall’attuale presidente di Coldiretti Napoli, la dottoressa Valentina Stinga, sorrentina che ha tutti i numeri per poter intraprendere un percorso che ricalchi anche trascorse esperienze, quelle delle “strade del vino” e similari. Si potrebbe lavorare all’unisono accantonando esperienze passate che non hanno dato buon esito per valorizzare questo segmento, come altri, che rappresenta un attrattore per un turismo di qualità di cui abbiamo oggettivamente bisogno. (ViC)

